giovedì 8 marzo 2012
Io sono figlio unico...
... pure di madre vedova/magari un po' nevrotica con me, cantava qualche anno fa Francesco Baccini. Quando frequentavo le elementari, nella mia classe i figli unici superavano di gran lunga i bambini con fratelli o sorelle. Ricordo che nessuno si stupiva della cosa: era del tutto normale. Praticamente tutte le nostre madri lavoravano, e molte di esse, proprio per questo, avevano deciso di limitarsi a un solo figlio. Se ne parlava con assoluta tranquillità. Scrivo tutto questo perché ho l'impressione che, da qualche tempo, stiamo assistendo a un'inversione di tendenza nell'immaginario collettivo: riprodursi ed esibire le proprie creaturine come status symbol è tornato di moda, anche tra i VIP, tanto che la scelta di non avere figli o di averne uno solo viene spesso stigmatizzata. Nei due lunghi anni in cui io e Gunther abbiamo cercato di avere un figlio (l'argomento meriterebbe un post a parte, che forse scriverò se e quando mi sentirò pronta), siamo stati subissati di osservazioni di ogni genere. In pochissimi erano al corrente della nostra difficile ricerca, e noi, di fronte alla fatidica, molesta domanda ("Non volete figli?"), cercavamo di sviare, depistare, se era il caso fulminare con lo sguardo. "Per ora stiamo bene così" era la nostra frase passepartout. Apriti cielo... I nostri interlocutori non potevano accettare cotanto ardire, e si sbizzarrivano in commenti eterogenei, da "i trentenni di oggi sono terribilmente egoisti" a "datevi una mossa, che la fertilità diminuisce drasticamente con gli anni" passando per "davvero non volete provare la gioia più grande della vita?". Al di là delle fitte di dolore che mi provocavano queste risposte, non potevo sopportare il presupposto da cui partivano: l'idea che tutti _debbano_ volere dei figli perché la società, in qualche modo, lo impone. Pazzesco. Quando finalmente rimasi incinta, pensavamo di averla scampata, e invece... Più o meno al sesto mese di gravidanza, le stesse persone che mi avevano rivolto la simpatica domanda iniziarono a pormene un'altra, forse ancor più fastidiosa: "A quando il fratellino?". E noi, ingenuamente, a riproporre la stessa formuletta: "Per ora stiamo bene così". Elenco delle possibili reazioni: "Noooo... i figli unici crescono viziati, prepotenti e con disagi psicologici". "I figli unici si sentono soli e incolpano di questo i genitori". "Quando invecchi, è importante avere almeno due figli che possano accudirti". Arghhhh. Ora che Cricri ha superato i due anni, la domanda ricorre più o meno ogni giorno. Il fatto è che, sebbene da un punto di vista meramente "fisico" potremmo forse avere altri figli, è assai probabile che ciò non avverrà. Il mio Gunther lavora moltissimo, e fa spesso trasferte all'estero che mettono già così a dura prova l'equilibrio e la routine familiari. Io sono una moderna freelance (leggi "precaria") della cultura, che non ha diritto al congedo per maternità. Anche se lavoro prevalentemente da casa ho spesso scadenze urgenti da rispettare e non riesco davvero a immaginarmi con un altro figlio e un marito lontano circa dieci-quindici giorni al mese... Per questo siamo giunti alla sofferta decisione che, se qualcosa a breve non cambierà nel mestiere di Gunther, ci fermeremo a quota uno. In certi momenti mi sento serena, so che è la scelta più giusta per noi e per la piccola, mentre in altri mi accorgo, spaventata, che la forma mentis dei miei "inquisitori" si è impossessata di me e mi fa pensare che, forse, non sono "all'altezza". Che esistono mamme con mariti all'estero capaci di allevare tre o quattro pargoli (una su tutte, la mitica elastigirl, ma ci sono anche le mogli dei militari, tanto per fare un esempio...). Mamme che mi sembrano, banalmente, "più adeguate" di me. Più mamme. Qualche settimana fa ho incontrato, al consultorio, un'ostetrica che mi è stata di grande aiuto durante l'allattamento. Mi ha chiesto se avevo intenzione di avere altri figli, e le ho risposto in tutta sincerità. Lei, convinta in buona fede di aiutarmi, mi ha dato involontariamente una stilettata, dicendomi: "Mi sembra una decisione saggia. Perché complicarsi la vita? Esistono supermamme e mamme normali. Tu sei una mamma normale". Ecco, quel "normale" mi ha distrutta. Ci ho letto tutta la mia inadeguatezza, la mia incapacità. Ho subito immaginato mia figlia giocare da sola invocando un fratello o una sorella, accudire da sola due genitori ormai vecchi, incapaci di intendere e di volere... E via con le immagini strazianti, con la vocina interiore che mi sussurra "se solo tu facessi uno sforzo in più...". Poi la vocina tace, le visioni apocalittiche scompaiono, e ricomincio a guardare fuori dalla finestra, a gioire di questa primavera incipiente e a dirmi che forse, dopotutto, sono quella che Winnicott definirebbe "una madre sufficientemente buona", e questo deve bastarmi.
lunedì 27 febbraio 2012
Di opere d'arte e piedistalli
Innanzitutto, un breve cappello introduttivo per ringraziare le mie tre (!!!) impavide follower, di cui sono molto orgogliosa, perché, inutile raccontarsela, ‘sti blog sono una “stanza tutta per noi”, un regalo che ci facciamo e compagnia bella, ma in fondo in fondo tutti i blogger, anche quelli che adottano la posa schiva, hanno voglia di essere letti, di trovare un commento, di non sentirsi soli e sconsolati nel mare magnum del web, insomma.
Oggi sono un po’ malinconica, e per scacciare il malumore ho pensato di condividere con voi una storiella ormai lontana nel tempo, che mi è stata riportata alla mente qualche giorno fa dall’incontro con un simpatico libretto di cui poi vi dirò.
Dovete sapere che ho un enorme debito di riconoscenza nei confronti di mio marito, che per comodità in questa sede chiameremo Gunther (perdonatemi ma non riesco a mettere la dieresi). Ebbene, il mio Gunther, quasi dieci anni fa, quando era solo un virgulto ventitreenne, noleggiò un camioncino, ci caricò sopra le sue masserizie e abbandonò il suo paese natale, prospero e civilizzato, per trasferirsi nella Bassa Padana. Tutto questo per amore, solo per amore. Ci eravamo conosciuti l’anno prima durante il suo Erasmus, era scattata la scintilla e dopo il suo ritorno a casa avevamo per mesi intrattenuto una faticosa ma divertente relazione a distanza. I suoi genitori mi detestavano, ai loro occhi ero l’incarnazione del male: italiana, di tre anni più vecchia del figliolo adorato, non battezzata. Dire che mi fecero la guerra è un eufemismo. Avete presente padre Germont nella Traviata, quando prega Violetta di rinunciare ad Alfredo per non rovinargli l’esistenza? Ecco, loro sono stati molto, molto meno cortesi. Ma di questo, magari, parleremo un’altra volta. Il punto è che il mio prode Gunther, posto di fronte all’aut aut “o noi o l’italica sgualdrina”, salutò senza rimpianti l’allegra compagnia che gli profetizzava sventure di ogni genere, e con il camioncino di cui sopra venne da me per iniziare a convivere. Lui 23 anni, io 26. Gulp. Capirete senz’altro che una simile prova d’amore non si può dimenticare facilmente. Tre anni dopo Gunther chiese la mia mano, e a quel punto si pose un serio problema: la mia dolce metà era (è) cattolica, io ero (sono) atea-agnostica-razionalista- animista-in perenne crisi mistica. Poiché sposarsi in comune per Gunther sarebbe stata una rinuncia dolorosa, memore del suo gesto di tre anni prima mi sono volentieri “sacrificata”, e abbiamo deciso di convolare a nozze in chiesa con il cosiddetto “rito misto” (i genitori, alla notizia che un sacerdote avrebbe benedetto la nostra blasfema convivenza, fecero un passo indietro, tanto che oggi abbiamo rapporti più che cordiali, ma anche questa è un’altra storia). Un’amica ci presentò un prete della Bassa un po’ fuori dagli schemi, estremamente aperto, che ci accolse con un’umanità straordinaria ascoltando la nostra storia. A quel punto mancava un’ultima, faticosa tappa, che però non mi spaventava più di tanto: il corso prematrimoniale. Ingenuamente, ero convinta che lo avrebbe tenuto il nostro mitico “don”, e che quindi sarebbe stato rapido, indolore e persino istruttivo, ma sbagliavo di grosso. Il don era troppo impegnato, e, cosa per me tuttora inspiegabile, aveva affidato il corso a un gruppo di coppie neocatecumenali. Argh. Posso solo dirvi che il leit motiv degli incontri era “l’uomo è un’opera d’arte, la donna il suo piedistallo”. Ma ci sono molte altre perle che vorrei condividere con voi, come “la donna che lavora distrugge la famiglia”, “il pater familias deve avere sempre l’ultima parola, la moglie non deve permettersi di contraddirlo davanti ai figli”, “i lutti e le malattie sono una benedizione divina”, “la sottomissione, per la donna, all’inizio è difficile ma poi trasmette una gioia immensa”. Vi assicuro che sono sempre stata molto rispettosa delle convinzioni e della fede altrui, ma questo era davvero troppo. Potete immaginare come mi sentii quando, a metà della prima lezione, ciascun partecipante fu invitato a parlare del suo rapporto con la fede… Io ero l’unica non battezzata, ovviamente… Cercai di essere il più sincera possibile, parlando del mio interesse per tutte le religioni, del rispetto per mio marito e così via, ma ovviamente non volevo spacciarmi, pur di compiacerli, per una convertita sulla via di Damasco… Mentre parlavo, gli occhi di una delle “insegnanti”, decisamente la più talebana, si trasformarono in fessure; il suo sorriso stampato si tramutò in ghigno… In pochi istanti mi scorsero davanti agli occhi varie immagini, dalla matrigna di Cenerentola che chiude la figliastra a chiave nella soffitta ai cappucci del Ku Klux Clan, passando per le streghe arse al rogo durante l’Inquisizione. Brrrr. Pauraaaa. Cercavo di scacciare questi fantasmi ripetendomi che i miei nuovi amici non potevano essere poi così cattivi, e mi sforzavo di trasformarli negli innocui ed esilaranti Flanders dei Simpson… Niente da fare. Incontro dopo incontro, la situazione precipitava. Una sera, l’intera lezione fu dedicata all’importanza della sottomissione della donna, con tanto di citazioni bibliche ed esempi pratici (tratti, ovviamente, dalle vite degli insegnanti). Nella saletta parrocchiale regnava il silenzio… Io fremevo, incerta tra il desiderio di dare fuoco alle polveri e quello di fuggire a gambe levate, magari in una comune danese. Quand’ecco che il mio Gunther, per l’ennesima volta, seppe stupirmi: alzò il braccio per fare un intervento! Gli amiconi avevano citato alcuni passi di San Paolo sulla donna, e Gunther ebbe l’ardire di uscirsene più o meno così: “non dobbiamo dimenticare che questi passi vanno contestualizzati, perché risalgono a duemila anni fa. All’epoca, il ruolo della donna nella società era profondamente diverso, neanche lontanamente paragonabile a quello di oggi”. Apriti cielo. Volevo morire. Ho subito immaginato Gunther scomunicato a vita per colpa mia. La reazione dei nostri fu alquanto piccata, per usare un eufemismo… Nessuna possibilità di dialogo, solo un netto rifiuto delle nostre posizioni. Io feci traboccare il vaso decidendo di intervenire per dare man forte a Gunther, e i nostri nomi furono scolpiti a caratteri cubitali nelle loro liste di proscrizione. Saltammo i due incontri successivi inventandoci un’influenza perniciosa, all’ultimo restammo omertosamente zitti per paura che non ci dessero l’attestato finale, impedendoci di sposarci come Renzo e Lucia. Alla fine del corso venne organizzato un pranzo in un ameno ristorantino della zona, e la mia amicona (quella degli occhi a fessura) al momento dei saluti si rifiutò di porgermi la mano. Il prezioso certificato, però, era già in nostro possesso, quindi tanti saluti…
Questa vicenda surreale mi è tornata alla mente venerdì scorso, quando un’amica che ricordava i miei racconti deliranti mi ha segnalato l’esistenza del libro Sposati e sii sottomessa di Costanza Miriano, uscito da diversi mesi, a dire il vero. L’autrice, giornalista RAI fascinosa, impeccabile e madre di quattro figli, parla dell’importanza della sottomissione femminile nel matrimonio, del ruolo "accogliente" della donna, rivisitando in chiave più accattivante le posizioni dei neocatecumenali. Cito dal suo blog: “Anche una donna che lavora, e che lo fa ad alto livello, può essere sottomessa se ascolta il marito, lo rispetta, tiene in gran conto le sue opinioni e le mette prima delle proprie. Io invito le donne alla sottomissione, ma nel frattempo lavoro in un telegiornale nazionale, ho girato documentari a New York e corso maratone oltre Oceano.”. Wow! Proseguo con un brano del libro:
"Dovrai imparare a essere sottomessa, come dice san Paolo. Cioè messa sotto, perché tu sarai la base della vostra famiglia. Tu sarai le fondamenta. Tu sosterrai tutti, tuo marito e i figli, adattandoti, accettando, abbozzando, indirizzando dolcemente. E' chi sta sotto che regge il mondo, non chi si mette sopra gli altri". A volte ritornano. L'opera d'arte e il piedistallo. L'elogio della sottomissione e dell'obbedienza, vendute come forma nobile, elevata e gioiosa di forza femminile. Pericolosissimo, a mio parere. Donne che mettono le opinioni del marito prima delle proprie, che "abbozzano", che "accettano", in nome dell'armonia coniugale e familiare... L'autrice la definisce "pratica estrema per donne senza paura", ma a me pare che non ci sia niente di estremo o rivoluzionario in una simile visione. La Miriano cerca di mostrarsi aperta e moderna, esaltando il proprio lavoro di successo, ma nel blog si definisce anche "aspirante casalinga"... Conquista i lettori con uno stile ironico, fresco e spiritoso, e per creare ulteriore empatia esce per un attimo dal Mulino Bianco sottolineando quanto sia faticoso essere mogli e madri. La sostanza, però, non cambia: l'autrice esorta le donne a continuare a fare quello che, purtroppo, sono già state costrette a fare per qualche decina di migliaia di anni, con i risultati che tutti conosciamo... Credo che leggerò il libro per intero appena possibile, comunque: ha avuto un notevole successo di vendite e vorrei cercare di capire, per curiosità "antropologica", in che cosa risiede la sua capacità di attrazione.
Se avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui, vi ringrazio di cuore. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate... Buon pranzo, e permettetemi un rigurgito sessantottino e "veterofemminista" (come qualcuno lo definirebbe): W le donne disubbidienti! ;-)
giovedì 23 febbraio 2012
Lei
Ha i capelli lisci lisci, tagliati in un caschetto sbarazzino con frangia d'ordinanza, mentre io li ho crespi, ribelli e ingestibili.
E' curiosa di tutto e non ha paura di niente e di nessuno, solo del collirio antibiotico. Io sono una mammoletta che tende a fuggire a gambe levate di fronte a qualsiasi novità (per non parlare dell'esame del sangue...).
E' una piccola diva inside, felice e sicura di sé, che al mattino entra all'asilo con un sorriso smagliante gridando "ta-dàààààààn" al suo pubblico di nani. Io detesto le luci della ribalta e a volte, se potessi, girerei coperta da un sacco di iuta.
Ha idee chiarissime e le difende strenuamente. Non sa cosa significa farsi mettere i piedi in testa. Io, dall'epoca in cui la più figa delle elementari mi vessava in quanto nerd occhialuta, sfigatella e cacasotto, sono una professionista dell'inzerbinamento. Cerco tuttora, senza successo, di imparare l'arte dell'assertività.
E' allegra ed entusiasta per principio, a oltranza, perché la vita è bella e bisogna godersela con sano edonismo. Io devo sforzarmi assai per uscire dal mio guscio di pessimismo cosmico e autocompatimento (lei mi è di grande aiuto, in questo... sarà che è Sagittario e io sono Pesci?).
E' una parte di me, ma di me, per ora, ha solo il perfezionismo sfrenato, la memoria da elefante per canzoni e filastrocche e la permalosità. E ogni volta che la guardo penso ai versi di Gibran: "Your children are not your children. (...) They come through you but not from you".
E' curiosa di tutto e non ha paura di niente e di nessuno, solo del collirio antibiotico. Io sono una mammoletta che tende a fuggire a gambe levate di fronte a qualsiasi novità (per non parlare dell'esame del sangue...).
E' una piccola diva inside, felice e sicura di sé, che al mattino entra all'asilo con un sorriso smagliante gridando "ta-dàààààààn" al suo pubblico di nani. Io detesto le luci della ribalta e a volte, se potessi, girerei coperta da un sacco di iuta.
Ha idee chiarissime e le difende strenuamente. Non sa cosa significa farsi mettere i piedi in testa. Io, dall'epoca in cui la più figa delle elementari mi vessava in quanto nerd occhialuta, sfigatella e cacasotto, sono una professionista dell'inzerbinamento. Cerco tuttora, senza successo, di imparare l'arte dell'assertività.
E' allegra ed entusiasta per principio, a oltranza, perché la vita è bella e bisogna godersela con sano edonismo. Io devo sforzarmi assai per uscire dal mio guscio di pessimismo cosmico e autocompatimento (lei mi è di grande aiuto, in questo... sarà che è Sagittario e io sono Pesci?).
E' una parte di me, ma di me, per ora, ha solo il perfezionismo sfrenato, la memoria da elefante per canzoni e filastrocche e la permalosità. E ogni volta che la guardo penso ai versi di Gibran: "Your children are not your children. (...) They come through you but not from you".
giovedì 26 gennaio 2012
Tramonti a nord-est
Ne sto ammirando uno magnifico, dalla finestra della "stanza polivalente" (= studio della sottoscritta + cameretta della creatura, in attesa di una casa più grande... seee, ma quando mai?), effimero come sempre in questa stagione ma non per questo meno evocativo. Vediamo... a chi potrei dedicarlo? In primis a te, simpatico/a amico/a che ieri ti sei appropriato/a dei miei occhiali da vista caduti davanti all'asilo, forse ingannato/a dalla custodia, che ti ha fatto pensare a un bel paio di occhiali da sole. Grazie, grazie di cuore, da parte mia, che sto _letteralmente_ brancolando nel buio, e soprattutto del mio ottico, che non sperava di rivedermi così presto.
Dopo la dedica farlocca e sdrammatizzante, ecco quella vera. Per M, una donna forte, che sta aspettando con grande compostezza di essere sottoposta a un'operazione devastante, la cui sola prospettiva mi agghiaccia. Amica mia, so che non ami la retorica, che preferisci i fatti concreti alle parole vuote, ma lascia che ti auguri dieci, cento, mille, diecimila tramonti come questo. A prestissimo.
Dopo la dedica farlocca e sdrammatizzante, ecco quella vera. Per M, una donna forte, che sta aspettando con grande compostezza di essere sottoposta a un'operazione devastante, la cui sola prospettiva mi agghiaccia. Amica mia, so che non ami la retorica, che preferisci i fatti concreti alle parole vuote, ma lascia che ti auguri dieci, cento, mille, diecimila tramonti come questo. A prestissimo.
lunedì 23 gennaio 2012
Regali inaspettati
Ho trascorso 24 ore in una splendida città del nord-est per tenere un seminario, ma sono riuscita a unire l'utile al dilettevole e a incontrare colleghe di lavoro che conoscevo solo "virtualmente" grazie ai nostri scambi di e-mail. Il tempo trascorso con loro e con i miei allievi è stata una vera boccata di ossigeno, tanto che oggi mi sento energica, serena come non mi capitava da giorni. Quante persone piene di sensibilità, talento e idee, immuni dall'appiattimento umano e culturale che sembra travolgere il nostro paese... E che privilegio poter scambiare esperienze e conoscenze con loro.
lunedì 16 gennaio 2012
Domani
Vorrei che fosse già domani. Oggi è una giornata grigia, cupa, triste. Una carissima amica sta male, molto male; domani la sua situazione clinica dovrebbe diventare più chiara, molto probabilmente verrà operata, e io non riesco a smettere di pensarci.
Nel pomeriggio ho fatto l'errore di leggere su internet troppi articoli relativi al naufragio della Costa Concordia, di guardare troppe fotografie della nave fantasma ferita, spiaggiata... il pensiero di quella bimba di cinque anni, quasi certamente morta insieme al padre, mi tormenta. Che fine straziante e assurda, per loro e per le altre vittime.
In momenti come questi vorrei essere supportata da una fede incrollabile, e invece devo fare i conti con la mia visione agnostica e razionale dell'esistenza, con la mancanza di senso delle tragedie che colpiscono gli esseri umani dall'alba dei tempi, con il pensiero atroce che quei dispersi non siano andati incontro a un destino migliore, ma solo al freddo, al buio, al nulla.
Sì, lo ammetto: talvolta invidio chi si raccoglie in preghiera, per le sofferenze dei propri cari o di perfetti sconosciuti, e in questa preghiera trova energia, forza e speranza, per gli altri e per sé.
Nel pomeriggio ho fatto l'errore di leggere su internet troppi articoli relativi al naufragio della Costa Concordia, di guardare troppe fotografie della nave fantasma ferita, spiaggiata... il pensiero di quella bimba di cinque anni, quasi certamente morta insieme al padre, mi tormenta. Che fine straziante e assurda, per loro e per le altre vittime.
In momenti come questi vorrei essere supportata da una fede incrollabile, e invece devo fare i conti con la mia visione agnostica e razionale dell'esistenza, con la mancanza di senso delle tragedie che colpiscono gli esseri umani dall'alba dei tempi, con il pensiero atroce che quei dispersi non siano andati incontro a un destino migliore, ma solo al freddo, al buio, al nulla.
Sì, lo ammetto: talvolta invidio chi si raccoglie in preghiera, per le sofferenze dei propri cari o di perfetti sconosciuti, e in questa preghiera trova energia, forza e speranza, per gli altri e per sé.
venerdì 13 gennaio 2012
Tapparella d'oro
Ho sempre avuto una fortuna sfacciata con i vicini. Da un punto di vista "narrativo", intendo: nelle quattro case in cui ho vissuto, la mia capacità di resistenza è stata messa a dura prova, ma ho accumulato esperienze e aneddoti impagabili.
Da più di cinque anni, un'arzilla coppia di circa-settantenni svolge per me la preziosa funzione di sveglia, impedendomi di poltrire oltremisura, ché la giornata deve iniziare presto per essere produttiva. Diciamo intorno alle 6, talvolta anche alle 5.30. Per comodità li chiameremo i Fulvi. Due sono le caratteristiche principali di questa coppia, oltre ai risvegli precoci: l'iperattività e la visione cupa dell'esistenza (la prima è una diretta conseguenza della seconda, credo). I Fulvi non sanno stare nemmeno un istante con le mani in mano. Appena svegli litigano violentemente, accendono la radio a tutto volume, si dedicano a lunghe sessioni di igiene personale e pulizie di casa. Il suono ripetuto del mocio contro il battiscopa, per esempio, accompagna spesso la fine delle mie nottate. Un altro rito immancabile, cui ormai sono quasi affezionata, è quello della tapparella. Più tardi viene giorno, prima i Fulvi alzano le loro tapparelle malandate e cigolanti. L'inverno, come potrete facilmente immaginare, è la stagione peggiore. In questo periodo nostra figlia si sveglia spesso intorno alle 6.30-6.45, vuole il lattuccio suo poi, quando va bene, si riaddormenta per un'altra oretta. Quando va bene. Quando non subentra la variabile tapparella. I Fulvi sentono che la nana è sveglia e mi chiama (isolamento acustico pari a zero, nel nostro palazzo), e prontamente tirano su anche la tapparella sotto la sua camera, vociando. Nell'esatto momento in cui la piccola ha finito di bere il latte, l'ho rimessa nel lettino ed è potenzialmente ben disposta a farsi un altro pisolo. Argh. Da qui la mia idea di insignire i nostri vicini dell'ambito premio "Tapparella d'oro", quando un giorno traslocheremo da qui. Ci dev'essere un piacere viscerale nel poter guardare fuori dalla finestra il paesaggio bassopadano ancora totalmente avvolto nel buio, piacere accresciuto, forse, dalla consapevolezza di aver svegliato mezzo condominio con questo gesto imperioso. Solo i rammolliti, del resto, dormono più del dovuto. Un lontanissimo sabato io e il consorte, ancora senza prole, ci eravamo attardati a letto fino alle 10. Ricordo che quando tirammo su la tapparella (anch'essa piuttosto rumorosa, a onor del vero) e aprimmo la finestra della camera, la prode signora F, che stava sbattendo il tappeto in terrazza, ci gridò "Complimenti, bella la vita!" con malcelato astio. No, per i Fulvi la vita non è bella, lo dichiarano apertamente e di continuo a tutti. I figli sono bocche da sfamare, i nipoti un peso insostenibile (c'è da dire che in questi anni ne hanno avuto in consegna ben tre, uno più molesto dell'altro, da mattina a sera). Fino alla pensione l'esistenza è vagamente sopportabile perché il lavoro la riempie, ma dopo "inizia lo schifo", per citare il signor F. Le giornate scorrono identiche, segnate da fatica, noia e malattie, il tutto in attesa della fine ultima. Della gente non ci si può fidare, men che meno dei condomini. Unici antidoti a questo mare magnum di dolore: la cura compulsiva della casa e dell'automobile. Il signor F. la lava con infinita dedizione ogni due giorni. Non scherzo. Sembra quasi accarezzarla centimetro per centimetro con le sue pelli di daino. L'Alfa non lo tradirà mai, lui lo sa. Intanto la signora F., sospirando, alterna l'accudimento dei nipoti al lavaggio delle tende e alla preparazione della pasta fresca. La parte più difficile è fare arrivare sera. Alle 9 il signor F. va a nanna, mentre la signora a volte si concede di restare sveglia un po' di più, soprattutto se c'è Ballando con le stelle ("che son tanto bravi, cocca, li hai visti? Però quel ballerino lì ci ha avuto un brutto male, sai, l'ho letto su Confidenze..."). A inizio estate, grandi emozioni: nel nostro paesello per due settimane c'è la Festa dell'Unità, evento mondano per il quale i Fulvi si mettono il vestito della domenica e si scatenano fino a mezzanotte mangiando castrato e ballando il liscio accompagnati da imperdibili orchestre live, i cui cantanti solisti sono quasi sempre Nives e Athos, oppure Samanta e Wilmer. Dopo la "Fescta", come la chiamano loro, si ripiomba nel buio; è ancora giugno, ma è come se fosse già iniziato l'inverno. La cosa più inquietante è che a volte, nella signora F., vedo me tra quarant'anni. Non è corretto, in fondo, che io mi burli di lei. Se già adesso tendo all'autocommiserazione e al pessimismo cosmico, come sarò da ultrasettantenne? Triste, lagnosa, annoiata. E non potrò neppure farmi perdonare producendo a getto continuo tagliatelle e tortelloni: non sono capace e temo non imparerò mai. Sniff.
Da più di cinque anni, un'arzilla coppia di circa-settantenni svolge per me la preziosa funzione di sveglia, impedendomi di poltrire oltremisura, ché la giornata deve iniziare presto per essere produttiva. Diciamo intorno alle 6, talvolta anche alle 5.30. Per comodità li chiameremo i Fulvi. Due sono le caratteristiche principali di questa coppia, oltre ai risvegli precoci: l'iperattività e la visione cupa dell'esistenza (la prima è una diretta conseguenza della seconda, credo). I Fulvi non sanno stare nemmeno un istante con le mani in mano. Appena svegli litigano violentemente, accendono la radio a tutto volume, si dedicano a lunghe sessioni di igiene personale e pulizie di casa. Il suono ripetuto del mocio contro il battiscopa, per esempio, accompagna spesso la fine delle mie nottate. Un altro rito immancabile, cui ormai sono quasi affezionata, è quello della tapparella. Più tardi viene giorno, prima i Fulvi alzano le loro tapparelle malandate e cigolanti. L'inverno, come potrete facilmente immaginare, è la stagione peggiore. In questo periodo nostra figlia si sveglia spesso intorno alle 6.30-6.45, vuole il lattuccio suo poi, quando va bene, si riaddormenta per un'altra oretta. Quando va bene. Quando non subentra la variabile tapparella. I Fulvi sentono che la nana è sveglia e mi chiama (isolamento acustico pari a zero, nel nostro palazzo), e prontamente tirano su anche la tapparella sotto la sua camera, vociando. Nell'esatto momento in cui la piccola ha finito di bere il latte, l'ho rimessa nel lettino ed è potenzialmente ben disposta a farsi un altro pisolo. Argh. Da qui la mia idea di insignire i nostri vicini dell'ambito premio "Tapparella d'oro", quando un giorno traslocheremo da qui. Ci dev'essere un piacere viscerale nel poter guardare fuori dalla finestra il paesaggio bassopadano ancora totalmente avvolto nel buio, piacere accresciuto, forse, dalla consapevolezza di aver svegliato mezzo condominio con questo gesto imperioso. Solo i rammolliti, del resto, dormono più del dovuto. Un lontanissimo sabato io e il consorte, ancora senza prole, ci eravamo attardati a letto fino alle 10. Ricordo che quando tirammo su la tapparella (anch'essa piuttosto rumorosa, a onor del vero) e aprimmo la finestra della camera, la prode signora F, che stava sbattendo il tappeto in terrazza, ci gridò "Complimenti, bella la vita!" con malcelato astio. No, per i Fulvi la vita non è bella, lo dichiarano apertamente e di continuo a tutti. I figli sono bocche da sfamare, i nipoti un peso insostenibile (c'è da dire che in questi anni ne hanno avuto in consegna ben tre, uno più molesto dell'altro, da mattina a sera). Fino alla pensione l'esistenza è vagamente sopportabile perché il lavoro la riempie, ma dopo "inizia lo schifo", per citare il signor F. Le giornate scorrono identiche, segnate da fatica, noia e malattie, il tutto in attesa della fine ultima. Della gente non ci si può fidare, men che meno dei condomini. Unici antidoti a questo mare magnum di dolore: la cura compulsiva della casa e dell'automobile. Il signor F. la lava con infinita dedizione ogni due giorni. Non scherzo. Sembra quasi accarezzarla centimetro per centimetro con le sue pelli di daino. L'Alfa non lo tradirà mai, lui lo sa. Intanto la signora F., sospirando, alterna l'accudimento dei nipoti al lavaggio delle tende e alla preparazione della pasta fresca. La parte più difficile è fare arrivare sera. Alle 9 il signor F. va a nanna, mentre la signora a volte si concede di restare sveglia un po' di più, soprattutto se c'è Ballando con le stelle ("che son tanto bravi, cocca, li hai visti? Però quel ballerino lì ci ha avuto un brutto male, sai, l'ho letto su Confidenze..."). A inizio estate, grandi emozioni: nel nostro paesello per due settimane c'è la Festa dell'Unità, evento mondano per il quale i Fulvi si mettono il vestito della domenica e si scatenano fino a mezzanotte mangiando castrato e ballando il liscio accompagnati da imperdibili orchestre live, i cui cantanti solisti sono quasi sempre Nives e Athos, oppure Samanta e Wilmer. Dopo la "Fescta", come la chiamano loro, si ripiomba nel buio; è ancora giugno, ma è come se fosse già iniziato l'inverno. La cosa più inquietante è che a volte, nella signora F., vedo me tra quarant'anni. Non è corretto, in fondo, che io mi burli di lei. Se già adesso tendo all'autocommiserazione e al pessimismo cosmico, come sarò da ultrasettantenne? Triste, lagnosa, annoiata. E non potrò neppure farmi perdonare producendo a getto continuo tagliatelle e tortelloni: non sono capace e temo non imparerò mai. Sniff.
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