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giovedì 17 maggio 2012

A volte ritornano...

Sì, sono viva. I miei, ehm... quattro lettori forse stavano iniziando a preoccuparsi. Trovare un commento della cara ElizabethB mi ha convinta a scrivere un breve post, nonostante mi fossi ripromessa di farlo solo quando sarei guarita del tutto. In questo arco di tempo ho avuto qualche problema di salute, non grave ma fastidioso e limitante, che mi ha fatto riflettere (perdonate la retorica) su quante cose ho sempre dato per scontate. Sulle fortune che ho avuto, e che spesso ho ignorato, preferendo l'autocommiserazione immotivata. Ora che inizio a sentirmi meglio, sto cercando di recuperare il tempo perduto, ma non è semplice... Spazio per il web, nelle ultime settimane, praticamente zero: ho utilizzato le pochissime energie di cui disponevo per occuparmi di mia figlia (anche perché Gunther è stato in trasferta quasi senza soluzione di continuità) e tentare in qualche modo di lavorare. Ringrazio chi mi ha pensata e prometto che farò di tutto per "rimettermi in pari". Lati positivi dei problemi di salute: lunghe dormite (grazie alla preziosa collaborazione della nana) e visione serale, sdraiata sul divano, di svariate serie "letterarie" in costume della BBC, una più bella dell'altra, con attori strepitosi per lo più sconosciuti in Italia. Meraviglia!
Baci diffusi, e a risentirci presto, spero!

lunedì 12 marzo 2012

Nomen omen

Da quando vivo nella nebbiosa ma ridente provincia bassopadana ho scoperto un'usanza di cui, da cittadina un po' snob, ero totalmente all'oscuro: gli annunci mortuari. Non sto parlando dei classici necrologi pubblicati sui quotidiani, ma dei manifesti più o meno elaborati affissi per le strade, sui cartelloni pubblicitari, in tempo quasi reale: a poche ore dal trapasso della prozia novantacinquenne, li trovi già al loro posto, freschi di stampa, con tutte le indicazioni del caso (luogo del funerale, cimitero in cui verrà sepolto il caro estinto, non fiori ma opere di bene, ecc. ecc.). Mi dicono che siano ufficialmente illegali, ma non è questo il punto.
Sabato mattina, mentre facevo la spesa, ho saputo della dipartita di quattro anziani della comunità locale: Faustina, Vilde, Solidea e Vittorino. Come è facile immaginare, sono rimasta particolarmente impressionata dai nomi. Nomi che oggi non si usano più ed evocano tempi passati, tanto che, dopo una risata iniziale, leggendoli sono stata investita da un'onda di malinconia. Anche i miei quattro nonni avevano nomi bellissimi e improbabili (ho usato l'imperfetto, ma in realtà un nonno ce l'ho ancora: compirà cent'anni a settembre, se tutto va bene - seguirà post ad hoc). Il nome scelto per un figlio porta sempre con sé un carico, inutile negarlo. Un carico di tradizione, di ricordi o di speranze, che può rivelarsi un peso ma anche un retaggio prezioso. Senza dubbio i genitori di Vilde e Vittorino, novant'anni fa, avevano per loro aspettative diverse rispetto a quelle nutrite, oggi, dai genitori di Chanel, Oceano o Maicol-Chevin (gli appassionati del genere mi perdonino, ma qui nella Bassa la combinazione fra tipici cognomi locali - chessò, Barigazzi - e nomi stranieri deturpati sortisce effetti esilaranti). Sono sempre stata contenta del mio nome, anche se porta con sé una nota di tristezza perché fu scelto _anche_ per ricordare un'amica di famiglia scomparsa prematuramente. Adoro il nome di mia figlia, che io e Gunther abbiamo voluto, fondamentalmente, per tre motivi: 1) dolcezza del suono; 2) internazionalità (resta invariato in tutte le lingue) ; 3) omaggio a un personaggio letterario, anzi a due (ehm... qui c'è soprattutto il mio zampino, lo ammetto!). Spero che, crescendo, anche lei lo apprezzerà e lo sentirà "suo". Vederla diventare grande, aprirsi al mondo e staccarsi a poco a poco da me è una gioia immensa ma agrodolce, e in giornate come queste vorrei fermare il tempo per un istante, impedire alla sabbia di scorrere nella bussola, togliere la pila all'orologio. Sono così monotematica da sfiorare la pedanteria, lo so, ma ancora non ho trovato il modo per convivere serenamente con il mio agnosticismo accettando il trascorrere dei giorni e l'idea della vecchiaia e della fine. Ecco perché mi fermo sempre, come ipnotizzata, di fronte agli annunci mortuari, cercando di esorcizzare con un sorriso il nodo alla gola, di salutare Faustina, Vilde, Solidea e Vittorino nella speranza che stiano giocando allegramente a briscola da qualche parte, "tocciando" la ciambella nel vino. Sit eis terra levis!

giovedì 8 marzo 2012

Io sono figlio unico...

... pure di madre vedova/magari un po' nevrotica con me, cantava qualche anno fa Francesco Baccini. Quando frequentavo le elementari, nella mia classe i figli unici superavano di gran lunga i bambini con fratelli o sorelle. Ricordo che nessuno si stupiva della cosa: era del tutto normale. Praticamente tutte le nostre madri lavoravano, e molte di esse, proprio per questo, avevano deciso di limitarsi a un solo figlio. Se ne parlava con assoluta tranquillità. Scrivo tutto questo perché ho l'impressione che, da qualche tempo, stiamo assistendo a un'inversione di tendenza nell'immaginario collettivo: riprodursi ed esibire le proprie creaturine come status symbol è tornato di moda, anche tra i VIP, tanto che la scelta di non avere figli o di averne uno solo viene spesso stigmatizzata. Nei due lunghi anni in cui io e Gunther abbiamo cercato di avere un figlio (l'argomento meriterebbe un post a parte, che forse scriverò se e quando mi sentirò pronta), siamo stati subissati di osservazioni di ogni genere. In pochissimi erano al corrente della nostra difficile ricerca, e noi, di fronte alla fatidica, molesta domanda ("Non volete figli?"), cercavamo di sviare, depistare, se era il caso fulminare con lo sguardo. "Per ora stiamo bene così" era la nostra frase passepartout. Apriti cielo... I nostri interlocutori non potevano accettare cotanto ardire, e si sbizzarrivano in commenti eterogenei, da "i trentenni di oggi sono terribilmente egoisti" a "datevi una mossa, che la fertilità diminuisce drasticamente con gli anni" passando per "davvero non volete provare la gioia più grande della vita?".  Al di là delle fitte di dolore che mi provocavano queste risposte, non potevo sopportare il presupposto da cui partivano: l'idea che tutti _debbano_ volere dei figli perché la società, in qualche modo, lo impone. Pazzesco. Quando finalmente rimasi incinta, pensavamo di averla scampata, e invece... Più o meno al sesto mese di gravidanza, le stesse persone che mi avevano rivolto la simpatica domanda iniziarono a pormene un'altra, forse ancor più fastidiosa: "A quando il fratellino?". E noi, ingenuamente, a riproporre la stessa formuletta: "Per ora stiamo bene così". Elenco delle possibili reazioni: "Noooo... i figli unici crescono viziati, prepotenti e con disagi psicologici". "I figli unici si sentono soli e incolpano di questo i genitori". "Quando invecchi, è importante avere almeno due figli che possano accudirti". Arghhhh. Ora che Cricri ha superato i due anni, la domanda ricorre più o meno ogni giorno. Il fatto è che, sebbene da un punto di vista meramente "fisico" potremmo forse avere altri figli, è assai probabile che ciò non avverrà. Il mio Gunther lavora moltissimo, e fa spesso trasferte all'estero che mettono già così a dura prova l'equilibrio e la routine familiari. Io sono una moderna freelance (leggi "precaria") della cultura, che non ha diritto al congedo per maternità. Anche se lavoro prevalentemente da casa ho spesso scadenze urgenti da rispettare e non riesco davvero a immaginarmi con un altro figlio e un marito lontano circa dieci-quindici giorni al mese... Per questo siamo giunti alla sofferta decisione che, se qualcosa a breve non cambierà nel mestiere di Gunther, ci fermeremo a quota uno. In certi momenti mi sento serena, so che è la scelta più giusta per noi e per la piccola, mentre in altri mi accorgo, spaventata, che la forma mentis dei miei "inquisitori" si è impossessata di me e mi fa pensare che, forse, non sono "all'altezza". Che esistono mamme con mariti all'estero capaci di allevare tre o quattro pargoli (una su tutte, la mitica elastigirl, ma ci sono anche le mogli dei militari, tanto per fare un esempio...). Mamme che mi sembrano, banalmente, "più adeguate" di me. Più mamme. Qualche settimana fa ho incontrato, al consultorio, un'ostetrica che mi è stata di grande aiuto durante l'allattamento. Mi ha chiesto se avevo intenzione di avere altri figli, e le ho risposto in tutta sincerità. Lei, convinta in buona fede di aiutarmi, mi ha dato involontariamente una stilettata, dicendomi: "Mi sembra una decisione saggia. Perché complicarsi la vita? Esistono supermamme e mamme normali. Tu sei una mamma normale". Ecco, quel "normale" mi ha distrutta. Ci ho letto tutta la mia inadeguatezza, la mia incapacità. Ho subito immaginato mia figlia giocare da sola invocando un fratello o una sorella, accudire da sola due genitori ormai vecchi, incapaci di intendere e di volere... E via con le immagini strazianti, con la vocina interiore che mi sussurra "se solo tu facessi uno sforzo in più...". Poi la vocina tace, le visioni apocalittiche scompaiono, e ricomincio a guardare fuori dalla finestra, a gioire di questa primavera incipiente e a dirmi che forse, dopotutto, sono quella che Winnicott definirebbe "una madre sufficientemente buona",  e questo deve bastarmi.